SEDUTI SULLA BOMBA TEDESCA

Un grafico si aggira per l’Europa: sovrappone l’andamento delle azioni della Deutsche Bank all’andamento delle azioni della Lehman Brothers, prima del fallimento. I due grafici sono identici. 

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Deutsche Bank come Lehman Brothers. Identico andamento azioni. Grafico crack
Seduti su una bomba. L’economia rischia per colpa di Deutsche Bank. Giornalista finanziario tedesco, premio 2017, mostra perché con un grafico. E Bagnai…
di Antonio Amorosi
Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, non era nulla se paragonata alle dimensioni di Deutsche Bank. E il quadro, in termini bancari ed economici (la miccia di Lehman nel 2008 portò poi all’emersione dello scandalo dei mutui subprime e alla crisi che abbiamo conosciuto), potrebbe avere effetti devastanti sul fronte economico, dell’euro ma anche sulla politica in Europa.

E’ quanto accenna con un intervento al Senato l’11 dicembre scorso l’economista e presidente della Commissione Finanze Alberto Bagnai che fa capire quanto sia necessaria una politica anticiclica: “Non mi riferisco semplicemente alla manifestazione più variopinta e più sgargiante, quella dei gilet gialli, che già hanno piegato il Governo di Macron, la grande speranza degli schieramenti progressisti europei, ma mi riferisco anche a un grafico che qualcuno di voi avrà visto, quello che sovrappone l’andamento delle azioni di Deutsche Bank all’andamento delle azioni di Lehman Brothers prima dei noti fatti che la colpirono. L’andamento è assolutamente speculare e sovrapponibile, il che non lascia presagire nulla di buono sul fronte occidentale, quello francese, in termini sociali e nulla di buono sul fronte orientale, quello tedesco, in termini bancari.”

Il grafico è stato twittato il 10 dicembre dal giornalista finanziario Holger Zschäpitz del quotidiano Die Welt, premio miglior giornalista tedesco del 2017. In Germania l’apprensione sul rischio default di Deutsche Bank regna sovrano da tempo. Deutsche Bank è una delle più grandi banche europee e la cassa principale del prestito di denaro per gli 82 milioni di tedeschi. Ma non è l’intera banca a rischiare il default; lo è la sua componente di banca d’affari che la trascina a fondo.

In pochi anni le azioni di Deutsche Bank hanno perso valore in modo spropositato. Nel 2016, dopo gli abbassamenti del rating dei vari istituti e non aver superato gli stress test della Federal Reserve americana, il Fondo monetario internazionale la definì “fonte dei maggior rischi sistemici tra le banche al mondo”. 

A poco sembra servita la riduzione di personale operata dai manager: circa 10.000 dipendenti in meno.

La ragione è stata accennata molti mesi or sono da David Folkerts-Landau, economista a capo della banca: dagli anni ’90 il management ha, di fatto, trasformato la banca da istituto che prestava denaro ai grandi progetti industriali ad una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone, favorendo il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale. 

Grazie al clima di deregulation, nel 1999 il presidente degli Stati Uniti, il democratico Bill Clinton,diede vita all’ultimo atto ufficiale della sua presidenza: l’abrogazione della legge sulla separazione bancaria, la Glass-Steagall Act, voluta da Roosevelt nel 1933 per uscire dalla grande crisi che aveva trasformato la prima economia del mondo, gli Usa, in una landa con il 25% di disoccupati.

La Glass-Steagall Act imponeva una netta separazione tra attività bancarie tradizionali e attività bancarie di investimento. Le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario. In questo modo i fallimenti dell’intermediario finanziario, che per forza di cose opera con interventi più volatili e speculativi, non comporta anche il fallimento della banca tradizionale che presta denaro alla gente. Cioè l’economia reale non doveva più essere esposta al pericolo di eventi speculativi di massa. Dal 1999, sullo scenario mondiale, invece si sono succedute bolle speculative e crisi sempre più gravi.

Dagli anni ’90 anche Deutsche Bank abbandona i grandi investimenti industriali e inizia la corsa ai derivati.

Per il Belpaese già nel 2017, perché la crisi dell’istituto tedesco è in piedi da diversi anni, la rivista Italia Oggi spiegò ai profani il rapporto annuale di Deutsche Bank: “perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i ‘famigerati derivati over the counter (otc)’, quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati”. Una montagna di derivati pari a 16 volte il Pil tedesco. Un po’ come essere seduti su una bomba. E nel 2018 la banca ha addirittura avuto un’involuzione sull’andamento.

Deutsche Bank è sistemica per la Germania. E allora tra i teutonici si riparla di una ricapitalizzazione nel 2019 o di una fusione con la seconda banca tedesca, Commerzbank, o di socializzazione europea delle perdite

Nella sostanza delle cose economiche, come fa capire Bagnai al Senato, non sono certo i gilet gialli di Francia, per quanto diano un segnale profondo, a preoccupare l’Europa ma la Germania della Deutsche Bank.

Angela Merkel è disposta a tutto pur di evitarne il fallimento. Avrebbe effetti devastanti, con un’esplosione di una possibile nuova crisi, la messa davvero in discussione dell’euro e lo sgretolamento del pensiero che sta dietro all’attuale sistema di sviluppo europeo.

Ed è questo il fantasma più oscuro che si aggira per il vecchio continente. Non altri.

Se si uscirà dall’euro non sarà per colpa o merito dei sovranisti italiani e europei, ma per Deutsche Bank. Con effetti imprevedibili.

Fonte: qui

Deutsche Bank-Commerzbank, fusione da 1.846 mld di debiti

Soffrono entrambe le banche, oggi, sul Dax di Francoforte. Alle ore 12:25 Deutsche Bank perde l’1,22% a 7,75 euro, mentre Commerzbank cede il 2,59% a 6,465 euro dopo un weekend di notizie che si sono rincorse in Germania. Da un lato nei giorni scorsi fonti politiche da Berlino hanno fatto sapere che il governo non ha mai perso l’interesse per una fusione fra le prime due banche tedesche e che sta studiando, ha scritto Handelsblatt, una manovra per limitare l’impatto fiscale delle società in caso di merger.

Nel frattempo sempre Handelsblatt ha riportato l’indiscrezione che la famiglia reale del Qatar, che ha già in mano il 6,1% tramite possesso di azioni dirette di Deutsche Bank, ma potrebbe salire quasi 10% grazie a derivati, sarebbe interessata ad aumentare l’investimento nella banca. In queste ore l’agenzia Reuters da Francoforte ha gettato acqua sul fuoco raffreddando quindi le attese sulla possibilità di un aumento della partecipazione del principato in Deutsche Bank. Almeno per ora.

Si tratterebbe, infatti, solo di ipotesi. Un portavoce del Qatar Financial Centre ha specificato all’agenzia che il fondo sovrano investe e continuerà a investire sul mercato tedesco, aggiungendo che le notizie sull’intenzione di aumentare la quota in Deutsche Bank sono basate su ipotesi senza fondamento, non su fatti o dichiarazioni dirette. Il giornale finanziario tedesco Handelsblatt ha scritto domenica che il Qatar sta valutando la possibilità di aumentare la sua quota nella banca tedesca. “Investiremo in una grande istituzione finanziaria in Germania.

Se ne è parlato a margine del Doha Forum e sarà annunciato a breve”, ha detto ad Handelsblatt, Yousuf Mohamed Al-Jaida, ceo di Qatar Financial Centre. Al-Jaida non ha voluto nominare la società, ma ha confermato che si tratta di un’istituzione nella quale il Qatar è già coinvolto, scrive Handelsblatt. Di qui la deduzione che si possa trattare di Deutsche Bank. Intanto dalla Germania emergono sempre più notizie che il governo sta cercando di mettere un freno a possibili acquisizioni di società ritenute importanti o sensibili da parte di investitori esteri.

In tutto ciò si inseriscono gli analisti di Credit Suisse che oggi tagliano il target price di Deutsche Bank da 9,5 a 9 euro per azione, in ogni caso ben al di sopra dei 7,78 euro cui viaggia il titolo negli ultimi giorni. Pur ritenendo che una fusione non sia concretamente in vista, data la complessità per Deutsche Bank di concludere l’acquisizione di Post Bank e di portare in utile il gruppo, i broker hanno preparato una tabella indicativa sui possibili effetti della fusione fra la prima e la seconda banca tedesca, entrambe quotate sul Dax.

Dai calcoli emergono ricavi per 35,3 miliardi di euro (25,8 miliardi per Deutsche Bank, 8,9 miliardi per Commerzbank), un taglio dei costi complessivo del 7% a 26,52 miliardi di euro e un utile netto proforma al 2020 di 4,2 miliardi. Sarebbe stato di 3 miliardi (1,73 per Deutsche Bank, 1,27 per Commerzbank) aggregando le due banche, senza contare i benefici dai risparmi.

Il Cet 1 ratio si assesterebbe al 13,7% (13,6% di DB, 13,7% di Commerz), mentre il leverage (indebitamento complessivo, comprende l’emissione obbligazionaria della banca, quindi il funding) post fusione toccherebbe 1.846 miliardi di euro (1.315 miliardi DB, 531,13 mld Commerz). L’eps (earning per share) combinato sarebbe di 0,96 e il valore accrescitivo del merger pari al 20%, con un rapporto prezzo/tangible book value pagato (paid) di 0,6.

Fonte: qui

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