DUE PENSIONATI SU TRE PRENDONO MENO DI 750 EURO AL MESE, VIVENDO AL LIMITE DELLA SUSSISTENZA

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MA C’È ANCHE L’ITALIA MARCIA DEL WELFARE “CLIENTELARE”, DOVE TRA FALSI INVALIDI E FURBETTI DILAPIDIAMO 15 MILIARDI OGNI ANNO

In Italia ogni mese vengono pagate dall’Inps più di 18 milioni di pensioni private: 14,3 di natura previdenziale e 3,8 assistenziali, come le pensioni agli invalidi civili, le indennità di accompagnamento, e gli assegni sociali.

La spesa complessiva per tutte le pensioni private Inps è stata nel 2015 di 196,8 miliardi

1 – SOTTO I 750 EURO DUE PENSIONI SU TRE

Enrico Marro per il “Corriere della Sera”

PENSIONE

Si va in pensione più tardi e quindi scendono gli assegni liquidati ogni anno, ma salgono le prestazioni assistenziali, che nel Sud pesano il doppio del Nord.

Lo dicono i dati diffusi ieri dall’Inps e relativi alle pensioni private (esclusi i dipendenti pubblici ed ex Enpals). In 13 anni, dal 2003 al 2015, le pensioni di vecchiaia liquidate ogni anno si sono quasi dimezzate, passando dalle 494 mila circa del 2003 alle 286 mila dell’anno scorso. È la conseguenza delle ripetute riforme delle pensioni.

L’età media al pensionamento è infatti cresciuta di tre anni: da 59,7 anni nel 2003 a 62,7 nel 2015.
Le nuove prestazioni assistenziali (non sorrette dai contributi ma erogate a invalidi e a persone a bassissimo reddito) messe in pagamento ogni anno sono invece aumentate: dalle 465 mila del 2003 alle 571 mila del 2015, il 51% di tutte quelle liquidate l’anno scorso.
E in tema di famiglie bisognose l’Istat segnala che in 217 mila nuclei familiari a lavorare è la mamma mentre il papà è disoccupato mentre in 85 mila sono entrambi i genitori senza lavoro.

PENSIONI

In Italia ogni mese vengono pagate dall’Inps più di 18 milioni di pensioni private: 14,3 di natura previdenziale, cioè che hanno dietro i contributi, e 3,8 assistenziali, come le pensioni agli invalidi civili, le indennità di accompagnamento, e gli assegni sociali.

La spesa complessiva per tutte le pensioni private Inps è stata nel 2015 di 196,8 miliardi, di cui 176,7 per le prestazioni previdenziali e 20,1 miliardi per quelle assistenziali.

Su 14,3 milioni di pensioni previdenziali 4,2 sono pensioni d’anzianità, 272 mila sono veri e propri prepensionamenti, 4,9 milioni pensioni di vecchiaia, circa 3,8 di reversibilità e un milione di invalidità previdenziale.

Su 3,8 milioni di prestazioni assistenziali, la parte del leone spetta agli invalidi civili: 2.980.799 pensioni (per una spesa di 15,3 miliardi), di cui 1,7 milioni di assegni di accompagnamento. Le pensioni sociali sono 857 mila.

La distribuzione territoriale mostra che mentre le prestazioni previdenziali si concentrano nel Nord (190 pensioni di vecchiaia ogni mille residenti contro le 102 nel Sud) per quelle assistenziali è il contrario. Le sole prestazioni agli invalidi civili sono 37,2 ogni mille residenti al Nord, salgono a 50,8 al Centro e a 64,1 al Sud.

La regione col minor numero di pensioni previdenziali è la Sicilia (177 per mille residenti), seguita da Lazio (184) e Campania (187). Quelle che ne hanno di più sono l’Emilia Romagna (266) e la Lombardia (265). Per le prestazioni assistenziali, invece, la classifica si inverte. In testa ci sono Calabria (101 per mille), Campania e Sicilia (97).

In fondo troviamo Emilia Romagna (42), Piemonte (44), Veneto e Friuli (45) e Lombardia (46), tassi dimezzati rispetto al Nord. Un altro punto importante è che il numero delle pensioni non coincide con quello dei pensionati. L’Inps, infatti, sottolinea che «la popolazione fra 75 e 79 anni ha in media più di una pensione a testa e quella con più di 90 anni quasi due. Questo succede perché, con l’avanzare dell’età, sussiste una maggiore probabilità di invalidarsi e/o di rimanere vedove/i».

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Così è vero che l’importo degli assegni si concentra verso il basso, con il 63,4% delle pensioni sotto i 750 euro, percentuale che sale al 77,1% per le donne, ma questo dato «costituisce solo una misura indicativa della povertà, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni o comunque di altri redditi».
Infatti, su 11,5 milioni di assegni inferiori a 750 euro, quelli che beneficiano di assegni per i redditi bassi (integrazioni al minimo, maggiorazioni, invalidità) sono 5,2 milioni, il 45,4%.

Secondo il rapporto di Itinerari previdenziali su tutte le pensioni esistenti in Italia nel 2014, «ogni pensionato riceve in media 1,434 prestazioni il che porta la pensione media da 11.695 euro annui a 16.638 euro, ben al di sopra dei mille euro al mese».

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2 – ACCOMPAGNATORI, CIECHI E FALSI INVALIDI: QUEI 15 MILIARDI DI WELFARE CLIENTELARE

Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera”

L’inascoltato ex commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli l’aveva scritto nel suo rapporto. Una «distribuzione territoriale» delle pensioni di invalidità squilibrata al punto che gli assegni pagati in Calabria sono in proporzione agli abitanti almeno il doppio di quelli erogati in Emilia-Romagna «suggerisce abusi». Ma forse non ci voleva nemmeno un giudizio così autorevole per rendersene conto. Sarebbe stato sufficiente dare un’occhiata men che superficiale ai numeri noti da anni.

L’Inps ci ha detto ieri che in Italia si pagano 2 milioni 980.799 «prestazioni» agli invalidi civili. Dove per «prestazioni» si intendono pensioni e indennità di accompagnamento oltre agli assegni per ciechi e sordomuti. Ebbene, un milione 335.093 di questi trattamenti di invalidità, pari al 44,8 per cento del totale, riguardano il Sud, dove risiede il 34,4 per cento della popolazione. Nelle Regioni meridionali il rapporto è dunque di un assegno ogni 15,6 abitanti, contro uno ogni 23,5 nel resto del Paese. Mentre se le pensioni di invalidità fossero in proporzione identica rispetto al Centro Nord, il loro numero non dovrebbe superare 890 mila.

Quindi ce ne sarebbero 445 mila di troppo: un terzo.

ELSA FORNERO IN LACRIME

Tutti abusi? Sicuramente no. Sappiamo che nel Mezzogiorno le condizioni di vita e di lavoro sono in molti casi ben diverse che nelle altre Regioni.

E questo potrebbe forse spiegare alcune differenze. Ma non certi abissi che alimentano il sospetto. In Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna ci sono 45 pensioni definite «assistenziali» per ogni mille abitanti. In Campania, invece, sono 84. In Puglia 85, in Sicilia 91, in Sardegna 92 e in Calabria addirittura 97.

Il fatto è che al Sud le pensioni di invalidità non hanno mai smesso di rappresentare una forma di sussidio. In una intervista rilasciata alla Stampa nel 2003 lo ammise candidamente uno dei leader meridionali più attrezzati nella raccolte del consenso. «Per un lungo periodo, indubbiamente, alla Cassa integrazione degli operai al Nord corrispondeva al Sud come ammortizzatore sociale la pensione di invalidità che serviva a moderare e mitigare la scarsa presenza dello Stato al Sud. Una forma di equilibrio», arrivò a dire Clemente Mastella.

Mario Monti Elsa Fornero

Che per anni, imperterrito, aveva continuato a difendere contro tutto e tutti quel curioso equilibrismo. Anche dal cospetto dei rigurgiti rigoristi dell’Inps: «Il Sud è una polveriera, può esplodere da un momento all’altro. Il clima è preinsurrezionale. Stanno togliendo le pensioni di invalidità in modo indiscriminato».

Lamenti del tutto inutili, se è vero che a dispetto dei giri di vite più volte annunciati la spesa per le pensioni di invalidità ha continuato a galoppare.

Il rapporto annuale 2014 dell’istituto di previdenza ora guidato da Tito Boeri informa che fra il 2004 e il 2016 l’esborso per quei trattamenti è letteralmente esploso, passando da 8,5 a 15,4 miliardi, con un aumento dell’81,1 per cento.

Mentre il loro numero è cresciuto di almeno il 50 per cento, da un milione 980 mila ai quasi tre milioni che abbiamo citato. Questo grazie soprattutto alla progressione delle indennità di accompagnamento, le quali contrariamente alle pensioni non vengono erogate in rapporto al reddito. E se il tasso di crescita ha rallentato negli ultimi anni è una ben magra consolazione al confronto della situazione ereditata dagli anni d’oro.

Quelli, per capirci, in cui quella forma di «equilibrio» veniva usata dai politici come leva clientelare. Talvolta anche con risvolti di carattere personalistico.
Tre anni fa Amalia De Simone ha raccontato sul Corriere.it che fra i parenti stretti di 30 consiglieri di uno dei dieci municipi di Napoli si potevano contare 60 pensioni di invalidità. Per non parlare dell’epidemia di cecità che tradizionalmente colpisce la Sicilia: Regione che pur contando un dodicesimo circa della popolazione italiana ha un settimo di tutti i non vedenti italiani.

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Ma che non sia stato fatto nulla, soprattutto in questi ultimi anni, non si può certamente dire. Le indagini giudiziarie hanno portato alla luce tanti di quegli abusi ai quali faceva riferimento Cottarelli. Basta dire che nel 2014 e nella sola Campania, 18.846 controlli hanno fatto scoprire 5.543 irregolarità, con la revoca di altrettante pensioni: quasi il 30 per cento. Sarebbe però poco onesto negare che sopravvivano difficoltà pratiche per combattere e stroncare questo fenomeno. E in cima, inutile negarlo, ci sono anche alcune resistenze della politica.

Due anni fa il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, appena insediato, aveva promesso un taglio «drastico» alle false pensioni di invalidità. Secondo i dati dell’Inps, fra il gennaio 2015 e il gennaio 2016 il numero dei trattamenti di quel genere è aumentato di 94.997 unità.

Fonte: qui

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