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OGNI ANNO ALMENO 450 MILA PERSONE SI AMMALANO IN OSPEDALE, DI QUESTE 4 MILA MUOIONO

UNA STRAGE DOVUTA ALLE CONDIZIONI IGIENICHE GENERALI E IN PARTICOLARE DELLE AREE DEL PRONTO SOCCORSO, DI DEGENZA E DEI SERVIZI IGIENICI

Giulia Prosperetti per “il Giorno”

Era stato ricoverato in ospedale per un problema cardiaco ed è morto a causa di un’infezione. I fatti risalgono al 2009 e a stabilire che Giuseppe Micheli, agente di polizia penitenziaria, all’ epoca quarantenne, è deceduto dopo aver contratto nella struttura sanitaria tre batteri letali, è stata una sentenza del Tribunale civile di Roma. Dopo anni di battaglia la vedova dell’ uomo, Anna G., si vedrà riconoscere un milione di euro di danni. Un risarcimento economico a tutela della perdita del rapporto affettivo subìto dalla donna e dai due figli che, tuttavia, la vedova otterrà effettivamente solo se la decisione verrà confermata in appello.

Il caso dell’ Aurelia Hospital purtroppo non è isolato. Da nord a sud, in Italia, la cronaca racconta moltissimi episodi simili. E i dati lo dimostrano. Secondo i diversi studi condotti in materia si può stimare che nel nostro Paese il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un’ infezione nosocomiale.

Percentuali che tradotte in numeri ci dicono che, ogni anno, si ammalano in ospedale tra le 450mila e le 700mila persone.

Si tratta in prevalenza di infezioni urinarie, infezioni delle ferite chirurgiche, polmoniti e sepsi.

Infezioni che con 4500-7000 morti l’anno causano più vittime degli incidenti stradali. Se in parte esiste un rischio inevitabile si stima che di questi, i decessi potenzialmente prevenibili sono circa 1350-2100. Una strage silenziosa dai costi, anche economici, non indifferenti.

Giuseppe Micheli, in seguito a un infarto, si era rivolto al centro cardiologico dell’ Aurelia Hospital, un ospedale privato di Roma che opera in regime di convenzione con la Regione Lazio, per farsi impiantare degli stent coronarici. Un intervento che sembrava riuscito ma, qualche giorno dopo, ci sono state delle complicazioni. Prima la febbre poi, quando la situazione era ormai disperata, il trasferimento in rianimazione.

Alla vedova, inizialmente, non era stata data nessuna spiegazione e solo leggendo la cartella clinica del marito ha appreso che l’ uomo in ospedale aveva contratto l’ acinetobacter e lo stafilococco. Micheli è uno dei 26 pazienti deceduti all’ Aurelia Hospital tra il gennaio e il settembre del 2009.

Nove mesi in cui, come emerso da un’ inchiesta della Commissione parlamentare sugli errori sanitari, 80 persone ricoverate nella struttura hanno contratto un’ infezione nosocomiale da acinetobacter baumanii. Di queste 26 sono morte.

Come avviene frequentemente nel caso dei batteri che si selezionano negli ospedali (soprattutto nei reparti critici dove i microorganismi diventano insensibili al farmaco d’ elezione che dovrebbe debellarli) l’acinetobacter contratto dai pazienti dell’ Aurelia Hospital era resistente alla maggior parte degli antibiotici e le cause della sua diffusione sono attribuibili alla scarsa igiene degli ambienti. Da una relazione dell’ epoca, redatta in seguito a un’ ispezione del Dipartimento di prevenzione, emergono, infatti, le precarie condizioni igieniche generali dell’ ospedale, in particolare per quanto riguarda le aree del pronto soccorso, di degenza e i servizi igienici.

Fonte: qui